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Bilderbuch

L’inciviltà delle immagini

 

Da "Bilderbuch" di Joachim Schmid, g.c. MuFoCo

Lo schianto è vicino. Com’era prevedibile, l’accesso ha prodotto l’eccesso. L’epocale sorpasso è imminente: tra fotocamere e fotofonini, sono già in circolazione oltre sei miliardi di aggeggi in grado di produrre immagini, presto ce ne sarà uno per ogni essere umano del pianeta, poi di più.

 

E lavorano a pieno ritmo. L’inciviltà delle immagini già scricchiola sotto il peso di un paio di miliardi di fotografie prodotte ogni giorno.

 

Non potremo mai consumare tutte le immagini che fabbrichiamo. Saremo travolti dal surplus iconogenico, dalle scorie dell’iperproduzione visuale. Affogati dai nostri doppi, soffocati dai duplicati del mondo.

 

Pochi inascoltati profeti dell’entropia oculare lo paventavano da anni. «Nessuna nuova fotografia finché non avremo utilizzato tutte quelle esistenti!», ammoniva il tedesco Joachim Schmid già nell’89.

 

Cadeva il centocinquantenario dell’invenzione di Daguerre, e le fotografie erano ancora quasi tutte di carta, ingombravano cassetti, armadi, vecchie scatole da scarpe.

 

L’anno dopo Schmid fondò a Berlino l’Institut zur Wiederaufbereitung von Altfotos (istituto per il riciclaggio delle fotografie usate), e con inserzioni sui giornali invitò i cittadini più coscienziosi a collaborare allo smaltimento corretto e differenziato di quella massa incombente di immagini che «contribuiscono all’inquinamento visuale e diminuiscono le nostre facoltà intellettive, per non dire della minaccia morale che rappresentano per le future generazioni».

 

Il bello è che qualcuno lo prese sul serio: e a casa Schmid, artista geniale e provocatore della ri-mediazione, il più grande fotografo che non abbia mai scattato una fotografia, arrivarono davvero pacchi di vecchie immagini da «riciclare».

 

Lui, per conto suo, già raccoglieva per il riuso quel che trovava: foto abbandonate nei cestini dei rifiuti, vendute nei mercatini, dimenticate nelle cantine. Cosa ne ha fatto, vale la pena di andarlo a scoprire con venti minuti di tram da Milano a Cinisello Balsamo, dove il Museo di fotografia contemporanea gli ha dedicato una mostra assieme esilarante e angosciante.

 

Gli artisti lo hanno capito come sempre un po’ prima: così non si può andare avanti. Le fotografie ora si sono smaterializzate e non traboccano più dai cassetti, ma è ancora peggio: l’ingombro fisico ci dava almeno la misura strabordante della polluzione visuale, che adesso invece si nasconde negli hard disk, nella «nuvola» di Internet, nei generosi server dei grandi social network che fagocitano nuove immagini al ritmo di dieci milioni l’ora (Facebook) o sessanta al secondo (Instagram).

 

L’olandese Erik Kessels l’anno scorso stampò su carta, formato 10×15, l’equivalente dell’upload fotografico di una sola giornata di Flickr, e riversò il prodotto sul pavimento della galleria Foam di Amsterdam: le foto formavano dune alte fino al soffitto, bisognava camminarci in mezzo, arrampicarsi su precari sentieri, pestarle, affondarci i piedi, rischiando la valanga letale.

 

Il consumo delle foto-flusso su Internet, è stato calcolato, dura da tre a cinque secondi, il tempo di un clic. Ma come le sportine di plastica della spesa, poi si disperdono nell’ambiente virtuale e ci restano per l’eternità.

 

Sono ancora tutte lì, le duecento inguardabili foto che hai fatto l’anno scorso compleanno di tuo figlio con gli amichetti, le cinquecento noiosissime foto prese in spiaggia a Cervia due anni fa… Buttate all’ingrosso nei depositi numerici, tutte quante, senza neppure scegliere. Chi le guarderà mai più? Sono diventate invisibili.

 

Ma allora, a cosa servono? Perché dobbiamo conservarle? Ma quali dovremmo buttare?

 

A chi spetta il compito di scegliere, di differenziare, di avviare all’inceneritore le ecoballe virtuali coi cascami della nostra ipertrofia visuale? Ai rispettivi creatori? Non lo faranno mai. Racconta Roberta Valtorta, direttrice del MuFoCo, che in Canada un artista di nome Max Dean si è inventato un robot che dovrebbe facilitare il lavoro: pesca nel mucchio delle foto-ricordo che gli hai conferite, te le mostra una alla volta, e ti lascia pochi secondi per decidere: la ripongo in uno schedario o la passo nel tritacarte?

 

Bene, le cronache della performance registrano l’angoscia paralizzante degli utenti di fronte al dilemma. Non ce la sentiamo di distruggere le nostre fotografie, quelle con le facce dei nostri familiari, dei nostri amici, anche le più orrende. Ci sembra un delitto. Le fotografie sono esseri viventi. Siamo diventati animisti.

 

Eppure, confusamente, sentiamo che sono troppe (come gli esseri umani, del resto). Siamo consci che la sovrappopolazione visiva ci minaccia. E allora, come madri snaturate ma non assassine, abbandoniamo le nostre creature come trovatelle alla ruota. Nino Migliori, fotografo e artista, per un anno intero, il ‘78, fece ogni settimana il giro delle botteghe dei fotografi bolognesi, quelle dove la gente andava a farsi sviluppare i rullini, facendosi consegnare le foto già stampate ma che i clienti non erano mai tornati a ritirare: ne riempì sei grandi bauli, l’orfanotrofio della nostra cultura visuale. Ora gli istituti per foto abbandonate sono le memorie elettroniche dei social network, alle quali affidiamo immagini che non conserviamo più nei nostri hard disk.

 

Miliardi d’immagini già esistenti, dunque. Ogni cosa del mondo già replicata centinaia, migliaia di volte, la superfetazione del reale. Sappia il Wwf, come scrisse il compianto Ando Gilardi, che al mondo «esistono più fotografie di elefanti che elefanti».

 

Ma davvero questa foto che sto scattando proprio ora è così unica, necessaria, è così indispensabile metterla al mondo? Forse qualcuno l’ha già scattata, allora meglio usare la sua, se non gli serve più. Qualche tempo fa l’americana Penelope Umbrico voleva fotografare un tramonto romantico. Le venne un dubbio. Digitò sunset sul motore di ricerca di Flickr, la grande comunità online dei neo-fotoamatori. Ebbe subito a disposizione 11 milioni 299 mila e rotti di tramonti del tutto simili al suo. Rinunciò ad aggiungervi il proprio, e ci fece una mostra ossessiva.

Lo spagnolo Joan Fontcuberta invece ha scelto di fare fotografie nuove con pezzi di quelle vecchie, è facile, basta un programmino di Google che pesca nel Web la foto di colore giusto, e la usa come tessera di un mosaico per disegnare quella nuova. Si chiama googlegramma, è un buon esempio di riciclaggio.

 

Davvero, la tentazione di pensare che di fotografie ne abbiamo già abbastanza, che ci bastano quelle che già ci sono, è forte.

Quest’anno uno dei premi italiani di fotogiornalismo più ambiti, il “Pesaresi”, è andato a Giorgio Di Noto, un fotografo che non fotografa, che non si è mosso dalla sua scrivania ma ha solo pescato in Rete fotogrammi delle primavere arabe, li ha ritagliati e rielaborati e li ha sottoposti al giudizio come un reportage.

 

Un lavoro interessante. E una dichiarazione di morte per il fotogiornalismo, convalidata da una competente giuria. Siamo già oltre la pratica postmoderna dell’appropriazione, è una vera e propria teoria della decrescita visuale che prende piede. In un libro appena uscito negli Usa, Pictures not Taken, una sessantina di fotografi raccontano la fotografia più bella che non hanno fatto, che hanno rinunciato a fare.

 

Fermi, fermi. Non staremo un po’ esagerando con questo foto-ecologismo radicale? Davvero niente più fotografie nuove, solo riciclate? Spaventati dall’onda montante dell’enormità seriale e monotona delle immagini-flusso, che l’artista concettuale Franco Vaccari ha definito Lumpenfotografie, equivalente visuale del sottoproletariato di Marx, rischiamo di cadere nel malthusianismo fotografico.

 

E riusando solo il già visto rischiamo di restare, paradossalmente, poveri di immagini per eccesso di immagini. Del resto, proprio il grande smaltitore Schmid, dopo oltre vent’anni di gestione della sua geniale piattaforma di riciclaggio, sembra aver un po’ paura di annoiarsi, e sulla copertina del suo ultimo Bilderbuch ha scritto, con parole ritagliate dai giornali come nelle lettere anonime: «Per favore non smettete di fotografare…».

 

Per riciclare una cosa, qualcuno deve pure averla prodotta.

[Una versione di questo articolo è apparsa su La Repubblica Cult il 9 dicembre 2012]


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